La trasferta italiana a NY per rigenerarsi e accreditarsi

Non c’è migliore scusa dell’Assemblea generale dell’Onu per trasvolare con autorevolezza più o meno istituzionale l’Atlantico, ma una volta sbarcata sul suolo americano la missione italiana si disperde per le strade di New York per rigenerarsi e accreditarsi, ciascuno presso gli ambienti che più o meno gli competono con gli strumenti che più o meno gli si addicono. Un tiro sghembo della sorte ha fatto giungere Enrico Letta a New York proprio mentre Alitalia e Telecom scivolano verso mani straniere. Ironia del destino e della destinazione, sempre più lontana da quella “Destinazione Italia” che è il mantra del governo in trasferta.
12 AGO 20
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New York. Non c’è migliore scusa dell’Assemblea generale dell’Onu per trasvolare con autorevolezza più o meno istituzionale l’Atlantico, ma una volta sbarcata sul suolo americano la missione italiana si disperde per le strade di New York per rigenerarsi e accreditarsi, ciascuno presso gli ambienti che più o meno gli competono con gli strumenti che più o meno gli si addicono. Un tiro sghembo della sorte ha fatto giungere Enrico Letta a New York proprio mentre Alitalia e Telecom scivolano verso mani straniere. Ironia del destino e della destinazione, sempre più lontana da quella “Destinazione Italia” che è il mantra del governo in trasferta. Le turbolenze che arrivano da Roma sulla tenuta del governo non hanno certo aiutato la missione di Letta, stretto fra le richieste di rientrare anzitempo alla base e la voglia di non dare l’impressione di un ripiegamento d’emergenza dopo essersi sgolato, fra Wall Street, il New York Times e Bloomberg, per rassicurare tutti circa la stabilità dell’Italia.
La missione era partita al Council on Foreign Relations, pensatoio dove il premier è stato presentato come Mario Letta, lapsus montiano (alla Columbia University si è poi trasformato nel “premier Gianni Letta”, lapsus quasi inevitabile). Più che il nome, però, è stata la sostanza a far travasare la bile a parecchi capitani d’azienda: molte sedie vuote, pochi nomi che contano, mosci incontri a latere, intervento di profilo medio-basso. Non c’era bisogno di essere osservatori navigati dei circoli politici globali per fare un parallelo impietoso con il più vigoroso evento – soprattutto in termini di peso specifico delle presenze – che ha portato l’incidentalmente evocato Monti sullo stesso palco un anno fa. Letta si è rifatto con incontri di livello nel pranzo da Bloomberg, ma le antenne a quel punto erano già orientate verso Roma. Nell’ora più tesa diversi ministri hanno cercato al telefono il presidente del Consiglio imbrigliato nell’agenda onusiana, e si sono risolti a chiamare Pier Ferdinando Casini, membro della delegazione parlamentare e improvvisato mediatore telefonico.

Sgomitanti o in surplace. C’è chi cerca un posto in platea lavorando di gomiti e chi lo fa in surplace. Massimo D’Alema dice “non parlo con i giornalisti” poco prima di parlare ai giornalisti della sua trasferta newyorchese che, come riportato dal Corriere, plana sulle vicende locali dalle altezze insormontabili dei club della politica globale, questione di visione più che di affiliazione: “Sono solo un iscritto del Pd”. D’Alema è a New York nella versione pensosa del leader thinktankista – Fondazione ItalianiEuropei, Foundation for European Progressive Studies – invitato da Bill Clinton a partecipare alla Clinton Global Initiative, presenza che non deve aver fatto un gran piacere al tentacolare clan dell’americanista Matteo Renzi, in perenne corteggiamento clintoniano. La frecciata a Letta, che “uscirà logorato dalla convivenza con Berlusconi”, è soltanto una nota a piè di pagina, ma nei dialoghi dietro le quinte gli osservatori notano animosità per via della mancata nomina alla Farnesina in cui D’Alema – segreto di Pulcinella – confidava parecchio. Clinton è un’autorevolissima consolazione, certo, ma D’Alema ci è rimasto male quando non è stato invitato alla cena dell’ex presidente, e ha manovrato a tutto vapore per rientrare dalla finestra.

Mi si nota di più se vado. Nella città della cultura, del glamour, del “mi si nota di più se vado o se non vado” accreditarsi è un’arte. Gli italiani in trasferta si sono esercitati senza requie per finire nella lista degli invitati ai due eventi per la presentazione delle sculture dello scenografo Dante Ferretti al MoMa, promossi da Expo 2015, asset italiano in cerca di giusta promozione. Per un posto alla cena esclusiva con Martin Scorsese di mercoledì player istituzionali, agitatori culturali e manager di varia caratura hanno mosso fuoriosamente pedine, ottenendo poco o niente, a eccezione del neo senatore Renzo Piano, che però nella lista degli invitati compariva dall’origine. Più ampia, ma non meno ambita, la cena di ieri con Letta al ristorante “Manzo” di Eataly, per accedere alla quale gli attori più o meno istituzionali della trasferta newyorchese hanno millantato autorevolezza e connessioni più o meno credibili.